Quando partire è un desiderio, non una fuga
Perché un’esperienza all’estero può essere la miglior scuola di vita
Partire per un’esperienza all’estero non dovrebbe essere letto solo come un tentativo di “scappare”. Molti giovani lo fanno per desiderio, per curiosità, per voglia di mettersi in gioco. E forse, per alcuni, è proprio questo il primo grande passo verso la formazione più autentica: quella che insegna a cavarsela da soli, a costruire reti nuove, a vedere il mondo con occhi diversi. Quando sono i ragazzi stessi – come rivela l’indagine Ipsos pubblicata dal Sole 24 Ore – a indicare nella mobilità internazionale una delle esperienze più utili per la propria crescita, forse non è un segnale di allarme, ma un’occasione educativa che non possiamo ignorare.
Oggi sei giovani italiani su dieci si dicono pronti a trasferirsi all’estero, spinti da motivazioni che vanno oltre il semplice stipendio: c’è la qualità della vita, la cultura, la voglia di imparare. Non sono solo “cervelli in fuga”. Anzi, nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi provenienti da famiglie normali, spesso di classe media o medio-bassa. È un’esigenza di costruzione personale più che una condanna del proprio Paese.
Certo, i numeri degli ultimi anni parlano chiaro: tra il 2011 e il 2023, oltre mezzo milione di giovani è partito e solo il 31% è tornato. Ma i dati vanno letti con equilibrio: lo stesso fenomeno è presente in molti altri Paesi europei, e in alcuni casi con percentuali simili o addirittura superiori. Il punto non è bloccare chi parte, ma creare le condizioni perché chi parte possa desiderare di tornare.
Il paradosso italiano è che spesso ci si scandalizza per gli incentivi al rientro o per i benefici a chi apre un’attività, alimentando un clima di invidia e sospetto. Ma se non si premia chi crea lavoro, chi rischia in proprio, chi ha il coraggio di tornare per investire su sé stesso e sul proprio territorio, è naturale che la fuga diventi definitiva. Lo Stato deve sostenere chi il lavoro lo crea, non solo chi lo cerca. E i giovani, quando vedono possibilità concrete di costruirsi un futuro in Italia, tornano. Volentieri.
Le storie che raccontiamo ogni giorno su
ce lo dimostrano: non si tratta solo di “cervelli”, ma di persone normali che, dopo un’esperienza all’estero, tornano con idee nuove, con competenze acquisite sul campo, con un entusiasmo che può diventare risorsa per tutto il Paese. Non è fuga. È formazione. E se abbiamo il coraggio di valorizzarla, diventa anche speranza.Le storie di chi rientra ci insegnano come (quasi) tutti si sentano migliorati e invogliati a creare qualcosa di nuovo in Italia.